Turno di notte

La notte porta consiglio ? Kruaxi a ruota libera.

“Una lettera, di carta. Cioè, voglio dire, un oggetto di un altro tempo.” pensò passandosela tra le mani.

Era carta di qualità, buona grammatura, forse artigianale. La lettera era indirizzata a lui. Scrittura chiara, elegante, da maschio, avrebbe detto.

“No niente, le solite bollette.” aveva risposto alla moglie, senza sapere bene perchè le mentiva. Ma era curioso di sapere da dove arrivava la lettera. Si chiuse in bagno
e l'aprì.

Effettivamente veniva da un altrove molto distante. Vent'anni ad occhio e croce.

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Salve a tutti
come inizio promette bene, spero ci sia un seguito, sfogliare pagine di carta è uno dei miei passatempi;
in questo periodo, al lavoro, sono impegnato nell'inventario della Biblioteca dell'Istituto dove presto servizio.
Ci sono testi e carte geografiche vecchi anche di trecento/quattrocento anni, adoro sfogliarli e sentire l'odore che ne fuoriesce, di buono, di antico, di saggio. Una carta nautica del Giappone del 1700 con gli ideogrammi presumo non abbia prezzo ma, il solo vederla, è stata per me una soddisfazione.
Sfogliare libri antichi, anche di matematica, di nautica ma anche di storia, di conquiste, di viaggi, mi ripaga di tanta idiozia che mi/ci circonda..............
Per la cronaca mi è stato intimato di fermarmi nel lavoro dell'inventario; "vai troppo veloce, non riusciamo ad inserire i tuoi dati".................peccato che io scrivo a mano, e "loro" con il PC.
Ora capisco perfettamente quando la gente si lamenta della funzione pubblica............ a zappare la terra bisognerebbe mandare certa gente.
Saluti
Piero e famiglia
Tris di primi, Ravioli al ragù

Almeno dall'intestazione: 20 Marzo 1990 !
Guardò con attenzione l'affrancatura; il dazio era senza dubbio in lire, in parte sovrapposto alla riproduzione di una delle tante opere d'arte italiche.
Il primo pensiero, ironico, andò all'evidente inefficienza delle Poste, e non potè fare a meno di fantasticare su importanti notizie da cogliere al volo, che gli avrebbero cambiato la vita, ma che oramai... Oh ! Il postino l'avrebbe sentito il giorno dopo ! L'avrebbe maltrattato a prescindere e... e... un attimo.
Riguardò la busta: l'indirizzo era chiaro, sia il suo nome che la strada ed il numero civico.
Ah... è uno scherzo. Pensò. Vent'anni prima quella strada neppure esisteva, c'erano solo dei campi, e lui e sua moglie abitavano in quell'appartamento di nuova costruzione da appena due anni.
Oppure un errore, uno strano errore, visto che eravamo ad agosto ed era il 2010.
Continuò a leggere, ma dopo la prima riga si fermò e tirò il fiato: “Ma che cazzo...”


Salute e Latinum per tutti !
“Non la tengo più, esci!”
Richiuse la busta, tirò l'acqua e fece posto alla signora, che si chiuse dietro la porta con un “Finalmente!”. In camera da letto si tolse il pigiama e cominciò a vestirsi per uscire. La busta sul letto, accanto alla giacca, occupava i suoi pensieri. Quello che aveva letto, non era tutto, ma già l'incipit era sufficentemente vertiginoso. Chi gliela mandava? Gli venne subito in mente il nuovo, odioso vicino, il vecchio. Per quanto si fosse sforzato di essere gentile e accogliente, il tipo teneva ben bene le distanze, anzi subdolo metteva ogni giorno nuove regole alla loro convivenza: l'erba del prato troppo alta, la cancellata rugginosa, i rumori molesti, nulla sfuggiva: tolleranza zero. “Vecchio stronzo. E' più probabile che sia tu ad aver bisogno di me.”
“Lorenzo, ma con chi parli?”
Cazzo, non l'aveva sentita. Coprì la busta spostando la giacca.
“Niente amore, niente...rimuginavo tra me e me.”
“Dove sei oggi?”
“Vado da Settembrini in Provincia, vediamo a che punto è la pratica, pranzo con Nicola per il progetto per le scuole e poi passo da Giovanni a vedere cosa combina con le arnie.”
“Sicché non ti vedo fino a stasera?” gli chiese cingendolo al collo.
Lui era un po' freddino, ma cercò di dissimulare: in fondo non capitava spesso che le mentisse su tutto quello che avrebbe fatto, anzi, era proprio la prima volta.
“Si cara, oggi va così.” rispose guardandola negli occhi “Puoi provare a chiamarmi nel primo pomeriggio, se hai bisogno.”
“Sopravviverò.” concluse schioccandogli un bacio a fior di labbra. Uscì dalla stanza, già pronta, mentre lui stringeva il nodo alla cravatta.
“Io pranzo da mia sorella e poi vado a far la spesa. Dovrei essere a casa per le quattro, vuoi qualcosa di particolare?”
“Ma come fa il bavoso, a sapere quella cosa lì? Forse è solo quel che sembra: una lettera consegnata con mooooolto ritardo, ma allora...”
“Lorenzo?! Ma mi ascolti?”
“Si amore, sono pronto, prendo la grande.”
“Non c'è problema, ma stai bene? Mi sembri assente?”
“Tutto bene, cara, mi sto preparando ad affrontare il burocrate senza strozzarlo. Sai da quanto aspettiamo quel permesso, no?”
Si salutarono, salendo ognuno nella propria automobile. Lui simulò la ricerca di qualcosa nel cassettino, voleva rimaner solo. Finalmente lei partì. Riprese la busta, fissando la casa del vicino. La riaprì.
“Signor Mazzini!”
Si girò di scatto verso la voce che lo aveva fatto sobbalzare. Era lui. Si ricompose e abbassò il finestrino.
“Il suo ciliegio ha le ciliege mature.”
Era alto quanto lui, all'incirca, completamente calvo, con uno sguardo algido, inespressivo.
“Le può cogliere, se vuole, per noi sono troppe. ” rispose lui con un sorriso magnanimo ed indulgente.
“No guardi, io non posso fare cose pericolose. Cadono, le sue ciliege cadono sul mio porfido e lo macchiano. Dovrebbe provvedere. E' la sua pianta.”
Gli passò tutto il buonumore. Lo stronzo.
“Ha ragione, domani sego il ramo!”
“Ma cosa dice? I ciliegi non si toccano, si seccherebbe! Non sia sciocco. Vanno solo colte.”
“Lo farò, non si preoccupi. Adesso mi scusi ma devo andare. Buona giornata.”
Partì rimandando giù un fiotto di bile. E dire che gli aveva fatto simpatia la prima volta, gli ricordava qualcuno.
La strada era insolitamente sgombra, per un mattino feriale e presto dimenticò il battibecco.
Superò le stradine del circondario, superò la circonvallazione e, una volta tanto, evitò l'autostrada preferendo la lunga e tortuosa statale. "Quando entri in autostrada sanno da dove vieni e dove vai", pensò mentre guardava il cassetto dov'era la busta. Ridacchio nervosamente, e si sforzò di canticchiare la musichetta insulsa sputata dalla radio. Dopo un'ora circa si fermò quasi in cima ad un valico appenninico. Parcheggiò la berlina al riparo dalla vista, mise la lettera in tasca e si diresse verso un tratturo apparentemente abbandonato da molto, molto tempo.
Era piovuto da poco, ed il fango era alto. Gli giravano alquanto le scatole mentre affondava i suoi mocassini di marca, senza dubbio adatti ad una sala conferenze, in quella melma.
"Al ritorno dovrò comprarne di nuovi prima di entrare in casa... E magari anche i pantaloni..."
Ci avrebbe pensato dopo, ora c'erano altre priorità.
La prima era alla fine di quella strada dissestata, non prima di un paio di chilometri.
Maledì il vicino di casa, senza motivo, per tenersi in allenamento.

Salute e Latinum per tutti !
Il bosco si era progressivamente ripreso la zona. Vent'anni prima la si sarebbe potuta chiamare “stazione climatica”, ma il periodo d'oro era ancora antecedente, quando lassù gli inverni erano lunghi e nevosi e avevano creato le condizioni per una fiorente attività sciistica. Poi il clima era cambiato, i clienti erano invecchiati e piano piano scomparsi.
Lui si era affacciato a quei luoghi con la baldanza della gioventù e tanti sogni.
Eccolo, “l'Overlook Hotel”. Dopo una curva apparve la sagoma dell'ostello, svettare tra rovi e macchia che lo stava inghiottendo. Isolato, in vetta all'Appennino, massiccio. Gli amici lo avevano canzonato un bel po', quando ce li aveva portati. Da bravi nerd cinefili se lo erano subito visto percorrere i lunghi corridoi della struttura immersa nella neve, con una scure in mano e conti da regolare con una certa Wendy.
Lorenzo in quel periodo della vita aveva visto tante cose in quel posto: la possibilità di star lonatno da Giulia ad esempio, ma anche la responsabilità della gestione di una cosa grossa, con 80 posti letto, per dimostrare innanzitutto a se, di non essere un fallito, un buono a niente.
“E' una cooperativa Ugo, i soldi all'inizio saranno pochini, ma se saremo capaci di rimediare alla cattiva gestione, poi i benefici saranno per tutti.” aveva risposto al suo migliore amico che esprimeva le sue perplessità.
E adesso vent'anni dopo, era di nuovo lì, guidato, come una bacchetta per il rabdomante, da quella lettera che teneva in pugno.
La lettera era di Piero.
La grafia incerta e l'italiano approssimativo, gli erano apparsi subito inequivocabili. Non l'aveva ancora letta, ma il timbro e la data all'inizio del testo, concordavano su di un semplice, incontrovertibile fatto: Piero l'aveva scritta da morto.
(appunto numero 1: la grafia elegante è diventata incerta ?)

Salute e Latinum per tutti !
...........Piero l'aveva scritta da morto...........bene!
non me ne ero neanche accorto, però farsi 70 km in bici da cadavere non è malaccio (con due GPM)
saluti
dall'oltretomba
Piero
Ahahahaha !!! Sei troppo forte...
Ti spiego l'arcano, che avrai capito senza dubbio da solo. Poche sere fa, come usuale, io e Roberto abbiamo passato una piacevole serata a casa mia a chiacchierare. Ad un certo punto abbiamo buttato giù l'idea di scrivere qualcosa a quattro mani, senza copione, inventando sul momento. Lui ha iniziato, io leggo qui senza avere altri elementi, e porto avanti il tutto... pian piano vediamo che cosa stramba vien fuori !!! Se sei d'accordo ti contingenterei per il prossimo esperimento di questo tipo, appena avremo finito questo... ehm... racconto. Pensa che può venir fuori in un gioco a sei mani !!!

Salute e Latinum per tutti !
salve
...................abile arruolato, non ora però; sto andando nell'orto
saluti
Piero e famiglia
Aggiungerò la mia parte domani sera, stasera casco dal sonno.
Non toccare niente !

Salute e Latinum per tutti !
Pochi metri ancora e sarebbe arrivato. Rimase ancora un po' a guardare la struttura, abbandonata e tetra, certo, tuttavia non ancora domata dalla natura. Qualche vetro rotto, alcune assi staccatesi dal rivestimento, ma nulla più. Qualcosa di diverso era però evidente: l'intonaco, complici il ghiaccio e l'incuria, era venuto praticamente via tutto. In cima ai tre piani, mai vista prima, era ricomparsa la traccia di un'antica scritta, risalente alla costruzione dell'albergo: 'Credere, obbedire, combattere'.
“Immaginavo fosse una struttura del ventennio”, pensò Lorenzo, “pratica e ben costruita, ma di poca grazia”.
Davanti all'ingresso, sbarrato, un'ampia piazzola, in parte smottata.
Lorenzo si guardò i pantaloni ed i mocassini, lerci di fango, maledicendosi ancora per la sua poca preveggenza ed il suo scarso senso pratico. “Pensare a degli stivali ? No, eh ?” Scosse la testa.
Oltre la piazzola, curiosamente, il sentiero diventava una vera strada, per quanto abbandonata da decenni. Dopo qualche centinaio di metri si svelava l'arcano: la struttura era originariamente collegata alla valle, ed alla civiltà, da una veloce strada comunale; le piogge del 1966 si erano mangiate un vecchio ponte in un'alta gola, condannando l'albergo all'isolamento.
Lorenzo identificò una delle vecchie panchine in pietra davanti alla struttura e vi si mise seduto.
Accese una sigaretta e rimase li pensieroso, improvvisamente rapito da eventi lontani.
Ripensò al 1978, alla gestione dell'Overlook Hotel', in effetti 'Ostello dell'Elfo felice', da parte di una di quelle prime esperienze cooperative che mai si erano viste in Italia. Aveva iniziato in giugno... e tutto era finito, male, dopo neppure due anni.
Sentì nei piedi le lunghe camminate, ben più lunghe di quella appena effettuata, per arrivare al primo posto pubblico e telefonare a Giulia, la sua fidanzatina, ogni due o tre giorni; si immaginò il cuoco, burbero e sporco come nel peggior stereotipo, le due ragazze mandate dalla curia ogni mattina a rifare i letti ed a pulire.
E poi c'era Pietro.
L'altro socio, il suo parigrado; un vecchio amico, se si può essere vecchi amici a 19 anni.
Piero, di un simpatia unica, gran lavoratore, dall'eloquio veloce e sgrammaticato.
Piero, che cadde nel burrone quel nevoso febbraio 1980.
Piero, che lo invitava all'Elfo felice esattamente quel giorno, con una lettera scritta vent'anni prima.

Lorenzo riguardò la busta e la lettera; la grafia sulla prima, bella ed elegante, sconosciuta, nulla aveva a che fare con lo scritto sulla lettera, che aveva invece subito identificato.

“Sono qui Piero”, pensò, “cosa vuoi ancora da me ?”


Salute e Latinum per tutti !
Nella lettera c'era tutto, poteva essere stata scritta il giorno prima della morte, o quello dopo: le difficoltà della gestione, l'isolamento, il tentativo di screditarli da parte degli altri soci, ma anche le soddisfazioni, i complimenti da parte dei clienti e le speranze per il futuro. E infine la cosa che lo aveva fatto sobbalzare: l'accusa diretta di essere il responsabile della sua morte.
Piero era arrivato lassù con un percorso diverso da quello di Lorenzo. Figlio di due fricchettoni girovaghi, aveva passato l'adolescenza allo sbando: irrequieto e indisciplinato, tossicomane già a quindici anni, faceva quel che voleva nell'indifferenza camuffata da tolleranza dei genitori, che giravano l'Italia con la loro bigiotteria pacchiana, passando dalle poche comuni rimaste, alle comunità d'accoglienza che sfruttavano finché potevano. Piero allora era uno zingaro agile e nervoso, capace di raggirare chiunque coi suoi occhioni da cerbiatto e di stare al tempo lontano dai guai. Le scuole, che cambiava quasi mensilmente, erano il teatro dei suoi piccoli imbrogli e delle sue smargiassate. Nessuno era capace di piegarlo e il pubblico sempre numeroso e disponibile.
Tutto cambiò la notte che con la complicità di un ragazzino più piccolo che lo adorava, Mattia, entrò di nascosto a scuola per saccheggiare l'aula di esercitazioni tecniche: non aveva calcolato la presenza di un clandestino a bordo, il bidello che amoreggiava in palestra con l'amante. La fuga precipitosa si era conclusa in tragedia, con la caduta di Mattia dalla stessa finestra da cui erano entrati. Lui riuscì a farla franca, Mattia morì per le conseguenze dell'incidente.
La cosa ebbe conseguenze notevoli: Piero litigò a morte e poi chiuse con i genitori, cercò rifugio dal nonno paterno, un vecchio professore in pensione, vedovo, che dopo le prime difficoltà, creò un legame saldissimo col nipote. Il senso di colpa feroce per il suo segreto incoffessato e la bonaria fermezza del nonno, dettero a Piero la spinta per concludere gli studi e poi mettersi a cercare un lavoro; furono i buoni uffici del nonno a farlo avvicinare alla cooperativa.
Per lui e per Lorenzo fu una sorta di famigliona allargata: le responsabilità sfumate, la direzione collegiale, gli ideali comuni coltivati e quel po' di goliardia dovuta alla giovane età di quasi tutti i soci.

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